Andrea Boschetti Metrogramma, l'intervista per Isplora - ISPLORA
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Il progetto di architettura in continua evoluzione

Architetti

Intervista a Andrea Boschetti, fondatore di Metrogramma, tra temi e progetti, strategie urbane e disegno del prodotto

Può raccontare ai lettori di Isplora lo studio Metrogramma: quando è nato, come si è sviluppato, come si articola oggi? Potrebbe parlarci del vostro modus operandi, i temi affrontati e le questioni che vi stanno più a cuore?

Metrogramma nasce alla fine degli anni ’90 come studio di professionisti, per poi diventare nel 1999-2000 una vera e propria società di ingegneria. Inizialmente i soci erano quattro, poi due: io e Alberto Francini, che nel 2017 è uscito per intraprendere un nuovo percorso individuale. Quindi sono rimasto io, fondatore dello studio sin dagli inizi, insieme a tre nuovi soci: l’idea di fondo è che Metrogramma continui come una compagine di gruppo. Metrogramma è da intendersi anche come un progetto di architettura, in continua evoluzione, affrontando i temi e le sfide di sempre. Alla base di questa evoluzione continua ci sono quindi città e pianificazione, architettura e design.

Le riviste, i giornalisti e gli operatori specializzati ci chiedono sempre di cosa ci occupiamo nello specifico e io, solitamente, rispondo a questa domanda parlando della mia formazione. Sono diventato architetto formandomi all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia (IUAV), con docenti come Bernardo Secchi, Gino Valle o Luciano Semerani, e storici del calibro di Manfredo Tafuri o Massimo Cacciari.

Si trattava di un periodo caratterizzato da un approccio alla formazione un po’ “Rogersiano”, “dal cucchiaio alla città”, una cultura formativa molto umanistica che spaziava dal mondo della storia al mondo del progetto, dalla città al prodotto industriale: questa trasversalità è un tratto che ho mantenuto.

Credo, infatti, che uno degli aspetti caratterizzanti Metrogramma sia proprio l’attenzione a tutte le scale del progetto. Allo stesso tempo, per noi è importante l’approccio al senso che un progetto deve portare con sé in fase di realizzazione, sia che si tratti di un’architettura, di un piano o di un prodotto industrialeQuesto atteggiamento può sembrare, in epoca di specializzazione, abbastanza anacronistico; trovo tuttavia che un approccio multi-scalare e trasversale sia necessario. 

Metrogramma pone l’accento su tre parole: griglia, unità e matrice. Questi temi acquisiscono un altro significato, in luce dei riferimenti “alti” menzionati precedentemente. Può contestualizzare meglio questi temi?

Questi concetti sono i capisaldi dell’approccio progettuale di Metrogramma, attraverso i quali costruiamo il senso di ogni lavoro. L’unità è l’elemento minimo, ma non per questo meno complesso, meno articolato o più banale degli altri. La molteplicità di unità costruisce un sistema allargato, di scala maggiore, la griglia. La matrice, invece, è la messa a sistema di tutti gli elementi di eterogeneità del progetto, e costituisce il sistema complesso che è la città contemporaneaDi fatto, Metrogramma sostiene che ogni prodotto della riflessione progettuale sia un tentativo di descrivere meglio la contemporaneità, l’epoca in cui viviamo.

A proposito di contemporaneità: la scelta di affrontare scale diverse è rispecchiata anche dalla scelta di avere avamposti ad est e ad ovest di Milano, in geografie e contesti molto differenti fra loro, a Mosca e New York. Si tratta di una scelta legata ai lavori che avete in corso, o c’è qualcosa di più?

Queste nostre sedi all’estero nascono, ovviamente, da occasioni specifiche. Tuttavia, quando ci si posiziona in luoghi così diversi da quello in cui ti sei formato, nascono delle opportunità lavorative e di ricerca interessanti. 

In particolare, ho seguito personalmente l’avviamento dello studio a Mosca, dove ho vissuto per sei anni. Avevo una grandissima passione e attrazione per la ricerca costruttivista novecentesca e questo momento è stato un’occasione per approfondire quel mondo e trarne nuovi spunti, nuovi elementi di analisi. Inoltre, la Russia mi ha dato anche l’opportunità di sviluppare ricerche contemporanee



Credo che il mondo, geograficamente parlando, stia diventando sempre più piccolo: ci si muove veloce e si entra in contatto con culture molto diverse con una facilità estrema. È l’approccio con cui si affronta questa nuova velocità accelerata a fare la differenza, personalmente sono molto ricettivo e, utilizzando il progetto come un’esplorazione, cerco di descrivere e capire meglio quello che percepisco.

Non cerco quindi di imporre uno stilema, ma di recepire il più possibile dei luoghi, inserendo quelle che sono le nostre sensibilità. Questo non significa mimetizzarsi o essere “contestualisti”, ma avere rispetto per i luoghi senza rinunciare ad esprimere un enunciato radicale, seppur con i modi e i tempi che quel contesto richiede. Si tratta cioè di un ascolto-proposta: a partire dall’ascolto di quel che uno vede ed interpreta, si unisce forte la scelta di non mimetizzarsi ma di proporre qualcosa.

Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito, se vogliamo, ad un’arroganza dell’architettura internazionale attraverso le archistar. Quando parlo della necessità di “imparare ad ascoltare i luoghi” lo faccio nell’assunto più modernista. Pensiamo ai viaggi di Le Corbusier o degli altri grandi maestri, che si facevano affascinare da luoghi lontanissimi dalla loro formazione: non è necessario sempre imporre uno stilema per misurarsi con un luogo, perché spesso i luoghi danno delle risposte che ogni professionista poi, con la propria personalità e il proprio obiettivo di ricerca, può mettere insieme e rielaborare. 

Nel momento storico in cui siamo questa arroganza sta venendo progressivamente meno: l’architettura ora si insinua sempre più nei luoghi per risolvere problemi e costruire nuove proposte, aprendo anche a scommesse che non sono necessariamente in linea con il linguaggio che fa comodo al mercato.

Milano e il Piano di Governo del Territorio: Metrogramma ha partecipato, lavorando al PGT 2007-2008, innescando una ricerca iniziale che poi ha portato all’approvazione del nuovo Piano qualche mese fa. Anche in questo caso c’è stato quindi questo processo di studio-analisi-ascolto a partire dalla “preesistenza” e la volontà di proporre, a partire da questo, una serie di progetti, dinamiche e strategie? 



Una piccola premessa: il PGT nasce da un lavoro di ricerca sulla città che ho curato precedentemente insieme a dei grandi maestri. Ho lavorato infatti per molti anni vicino a Bernardo Secchi, una persona che sapeva ascoltare e interpretare la complessità della città contemporanea, una figura che tentò una rivoluzione e una riforma forte nei modi di fare urbanistica

Il Piano del Governo del Territorio di Milano a cui ho lavorato nel 2006-2007 è stato un grande laboratorio, dove sono riuscito a mettere insieme una squadra straordinaria di giovani con i quali abbiamo rivoluzionato il modo di fare urbanistica nelle città. Il PGT non era più un disegno calato dall’alto o una visione formale corredata di un piano di regole per essere attuata, ma una strategia in grado di recepire i cambiamenti della città contemporanea che, discrezionalmente, consente di operare delle scelte opportune nell’interesse, soprattutto, della città pubblica.

Questo modus operandi è stato anche favorito dalla legge regionale per il governo del territorio lombardo che uscì nel 2005. La nostra visione lavorava con temi legati all’ascolto e alla descrizione delle problematiche: temi che, nell’occuparsi di una strategia per una città contemporanea, sono oltremodo essenziali. Il PGT di Milano è stato un modello anche per l’Europa, infatti discutevo molto con colleghi come Richard Rogers, che in quei tempi stava guidando un team per il nuovo piano di Londra.

Il piano si basava sulla politica di rigenerazione urbana diffusa…

L’approccio di rigenerazione urbana diffusa ai tempi non era ancora attuale. Decidemmo infatti di non ragionare nei termini di una città in continua espansione, con nuove periferie, ma di ragionare all’interno della stessa e lavorare su tre grandi temi: in primis, il recupero delle grandi aree in disuso e la riconnessione della città con i luoghi che, di fatto, non conosceva perché non di utilizzo pubblico come gli scali ferroviari – oggigiorno centrali nel dibattito urbanistico Milanese – o le grandi aree industriali dismesse.

Il secondo elemento è stato il tentativo di veicolare mediante regole semplici gli oneri ricavati da queste grandi trasformazioni verso la città pubblica, ovvero verso la trasformazione delle strade e delle piazze, per innestare una qualità nuova della città anche tra il costruito. Il terzo grande elemento è stato poi il recupero degli edifici esistenti, storici ma soprattutto di periferia, che necessitavano di regole molto precise per essere rimessi sul mercato, recuperati, trasformati e riqualificati.

Se il PRG di Torino del ’95, di Gregotti (ci va la virgola?) e Cagnardi a fine anni’90 ha rappresentato un’innovazione di strumenti e strategie, Milano sicuramente con il PGT iniziato nel 2007-08 e poi conclusosi nel 2019 propone invece un avanzamento di pensiero e strategie. Se a Torino si parlava di una rigenerazione di spazi industriali abbandonati, attraverso soprattutto una SLP ad uso residenziale, a Milano si è cercato di innestare funzioni diverse, lavorando sulla città pubblica e recuperando gli edifici storici… 

Milano, come Torino ai tempi, riesce ad interpretare le istanze attuali, i cambiamenti che sono in atto al suo interno, come la struttura della popolazione demografica o la mobilità. Senza nulla togliere al Piano di Cagnardi – che conosco bene, perché in quegli anni insegnavo al Politecnico di Torino – il PGT di Milano è sicuramente molto diverso. 

La grande questione del mix funzionale e la strategia urbanistica senza una città divisa in zone omogenee o con destinazione d’uso cambia le carte in tavola in modo radicale: si tratta di un piano in linea con le esigenze del mondo contemporaneo. Con soddisfazione, l’amministrazione Sala con Pierfrancesco Maran ha proseguito questo lavoro, migliorandolo, così oggi il mercato e i developer si trovano a disposizione strumenti per poter recuperare edifici per utilizzi precedentemente non previsti, come il cohousing, il coworking, l’ospitalità o la residenza assistita. Questi sono tutti elementi che tengono alto l’interesse degli operatori e degli investimenti, e che quindi non “ammazzano” la città.

La città pubblica deve dare l’esempio e risolvere le problematiche, ma le risorse devono arrivare dai privati: coniugare pubblico e privato è quindi un’esigenza non essenziale, ma vitale.

Se prima abbiamo parlato delle esigenze della città e delle risposte della progettazione della città, vorremmo fare ora un salto di scala per raccontare un altro progetto, quello di Scalo Milano City Style, con il quale Metrogramma ha vinto anche il Retail The Plan Award.



L’incarico, vinto su concorso privato, è stato inaspettato e ha rappresentato per Metrogramma una nuova sfida: solitamente, non ci occupiamo di centri commerciali. Ciò che penso ci abbia premiato è stato l’interesse e lo spostamento di investimenti attuato tra la parte dei volumi e gli spazi collettivi, dove si svolgono regolarmente eventi e manifestazioni, concerti e attività per famiglie e bambini.

Nasco lavorando insieme a Rem Koolhaas, ho quindi una profonda passione per i temi propriamente architettonici, tuttavia mi preme sottolineare in particolare uno sforzo che è stato fatto su questo progetto, ovvero la grande ambizione di collegare lo scalo con i mezzi pubblici. Pochissime persone lo rammentano, ma è a mio avviso una di quelle scelte strategiche che non fa di questi luoghi delle isole sperdute nel deserto

Oggigiorno infatti funzionano modelli differenti rispetto al classico centro commerciale, dove al retail vengono legate altre funzioni. In questo caso, si è trattato di riproporre una porzione di città, con una scuola, uno spazio pubblico e tutta un’altra serie di servizi.

I centri commerciali sono molte volte luoghi che riproducono città vere, significa che sono luoghi finti. Una delle cose che Metrogramma voleva evitare, in quest’ottica, era di ricostruire una città posticcia. Quasi tutti i centri commerciali in forma di città sono infatti di natura post-moderna e ricreano una finta città storica; noi abbiamo voluto lavorare sulla contemporaneità e sui suoi dettagli, con facciate specchianti, riflettenti, colorate. Si tratta di un modello di città che ancora non esisteva: da un lato si trova la città pubblica, l’elemento che interessa e che deve essere una continuità; dall'altro, la radicalità di un caleidoscopio di colori e riflessioni che in qualche modo ironizzano sulla comunicazione dei brand.

Anticipazioni su progetti in corso o interessanti opere in corso di realizzazione?

In corso abbiamo, oltre a progetti italiani, lavori internazionali seguiti dai nostri uffici

Dato che sono anche l’art director e head of design di tutto il mondo contract di Luxury Living Engineering che fa forniture di lusso, mi sto occupando con Metrogramma di un progetto molto elegante nel cuore di Budapest, che è un edificio ad uso misto di oltre 28.000 mq che avrà residenze, uffici e una piazza a terra con servizi, che si chiamerà Szervita Square. Si tratta di un “building furnished by Bentley home”: un edificio brandizzato Bentley Home, che ricrea una condizione di assoluta qualità nel cuore di Budapest valorizzandone un’intera porzione di città.

Metrogramma è, inoltre, uno degli studi invitati a lavorare su Neom City, una città nuova e sperimentale in Arabia Saudita dove stiamo lavorando al masterplan per alcune ville sul mare. Si tratta di una sorta di new town, una grande scommessa impostata sul coinvolgimento dei più grandi ricercatori dell’abitare e dell’urbanistica, dove l’intento è immaginare la città del futuro, sostenibile e a impatto zero. Se e quando verrà realizzata è una questione di geopolitica: si tratta, in ogni caso, di una grande opportunità per fare ricerca operativa

Ci stiamo poi occupando di alcune penthouse in alcuni nuovi grattacieli di Miami, e, per non dimenticare il nostro tradizionale salto di scala, lavoriamo anche al disegno di prodotti per molte aziende, tra le quali la stessa Luxury Living per prodotti Bugatti e Bentley. Anche se il tempo è sempre poco… 


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