COPERTINA Arata Isozaki courtesy of the Pritzker Architecture Prize_1200-bianco-nero

Arata Isozaki è il Premio Pritzker 2019

Architetti

L’architetto giapponese si aggiudica il premio per la sua architettura internazionale, l’approccio transnazionale, la continua ricerca sul contesto e sui materiali

L’architetto giapponese Arata Isozaki è stato selezionato come vincitore del Pritzker Architecture Prize 2019, il più alto riconoscimento internazionale di architettura. La giuria del premio ha motivato la scelta affermando come Isozaki, nella sua carriera, abbia “superato il contesto dell'architettura per sollevare domande che trascendono le ere e i confini”*, mettendo così in luce un lavoro e una ricerca volti a sviluppare una metodologia transnazionale, nell’obiettivo di favorire il dialogo tra Oriente e Occidente.

Perché il premio Pritzker ad Arata Isozaki?

Isozaki è il 46 ° architetto ad aggiudicarsi il Pritzker Prize, dopo l’indiano Balkrishna Doshi che aveva vinto il premio nel 2018, gli spagnoli RCR Arquitectes (2017) e il cileno Alejandro Aravena (2016). Insieme con Isozaki hanno ricevuto il premio Pritzker, a partire dal 1979, altri importanti architetti giapponesi: Shigeru Ban, Toyo Ito, Kazuyo Sejima e Ryūe Nishizawa (SANAA), Tadao Ando, Fumihiko Maki e Kenzō Tange.

La giuria del Pritzker, presieduta da Stephen Breyer e composta, tra gli altri, dagli architetti Richard Rogers, Kazuyo Sejima e Benedetta Tagliabue, ha dichiarato di Isozaki: "Avendo una profonda conoscenza della storia e della teoria dell’architettura, e abbracciando i movimenti d'avanguardia, non ha mai semplicemente replicato lo status quo ma l’ha sempre affrontato. Così lungo la sua ricerca di un'architettura significativa ha creato edifici di grande qualità che ad oggi vanno al di là delle categorie, un’architettura che riflette la sua costante evoluzione, sempre fresca nell’approccio”. "Isozaki è un pioniere nel comprendere che le necessità dell'architettura è sia globale che locale - che queste due forze sono parte di una singola sfida". “Per molti anni, ha cercato di accertarsi che le aree del mondo che hanno una lunga tradizione in architettura non si limitino a quella tradizione, ma aiutino a diffondere queste tradizioni mentre contemporaneamente imparano dal resto del mondo"**. Così Stephen Breyer, presidente della giuria, ha motivato la scelta di premiare Isozaki.

Chi è Arata Isozaki

A questo punto risulta necessario parlare dei lavori dell’architetto. I primi progetti di Isozaki risalgono al periodo post bellico, quando il Giappone cercava di ripartire dopo le rovine della Seconda Guerra Mondiale.

L’architetto ha affermato: "volevo vedere il mondo attraverso i miei occhi, così ho viaggiato per il mondo almeno dieci volte prima di compiere trent'anni. Volevo sentire la vita delle persone in luoghi diversi e ho visitato in lungo e in largo il Giappone, ma anche il mondo islamico, i villaggi delle montagne della Cina, il sud-est asiatico e le città metropolitane degli Stati Uniti. Stavo cercando di trovare opportunità per farlo, e attraverso questo, continuavo a chiedermi "cos'è l'architettura?"***.



Proprio nel periodo di ricostruzione fisica e culturale del Giappone emergono i lavori e la proposta progettuale di Isozaki, soprattutto ad Ōita nell’isola di Kyūshū a Sud del Giappone, la città dove nacque nel 1931. Ad Ōita progettò la Medical Hall (1959-60), Annex (1970-1972) e soprattutto la Prefectural Library (1962-1966), un esempio mirabile di architettura brutalista. Gli anni successivi hanno visto l’architetto giapponese impegnato in tutto il mondo: dai lavori statunitensi, come il Museum of Contemporary Art a Los Angeles (1986) o il Team Disney Building in Florida (1991), a quelli europei e asiatici, tra questi si possono segnalare il Sant Jordi Stadium di Barcellona (1992), l’Art Museum a Pechino (2008) e il Qatar Convention Center (2011).

Le opere di Arata Isozaki in Italia



Anche in Italia Isozaki ha avuto modo di progettare numerose e importanti opere, in particolare a Torino quello che oggi è chiamato PalaAlpitour e a Milano la recente Allianz Tower.

Il PalaAlpitour

Il PalaAlpitour, anche chiamato PalaIsozaki, è l’impianto polifunzionale coperto costruito per i Giochi olimpici invernali del 2006 a Torino per ospitare le gare su ghiaccio. Si tratta di un grande spazio urbano, sinonimo di trasformazione dell’area costruita per i giochi “Littoriali” del 1933 che comprendevano lo Stadio Comunale, la Torre Maratona e una piscina coperta.

Una trasformazione in dialogo con gli elementi preesistenti e con l’antistante Piazza d’Armi, un rapporto non solo visivo, ma anche dimensionale e simbolico. Infatti, l’arena disegnata da Isozaki con l’architetto Pier Paolo Maggiora ha le stesse proporzioni del parco prospicente e la stessa altezza dello stadio. L’impianto si struttura come una scatola sviluppata su più livelli, al piano terra si trovano gli ingressi, a quello inferiore (-7,50 m) la pista da hockey, oggi usata per concerti ed eventi.



Attraverso l’analisi dei flussi e con l’obiettivo di garantire alla struttura un riutilizzo post-olimpico la struttura risulta molto flessibile con partizioni e sedute mobili. Un dinamismo interno che trova un corrispettivo nella sequenza della facciata modellata attraverso pannelli in acciaio e aperture orizzontali che si collocano sopra un basamento vetrato.

L’Allianz Tower



L’Allianz Tower, progettata da Isozaki con l’architetto Andrea Maffei, si trova all’interno di CityLife a Milano. Con i suoi 207 metri di altezza effettiva dal piano stradale, la torre è l’edificio più alto d’Italia al tetto, mentre con l’antenna arriva sino alla quota di 247 metri. Nel 2012 sono iniziati i lavori di costruzione dei 50 piani della torre per la società tedesca Allianz, terminati nel 2015. Il progetto muove dalla re-interpretazione della complessità della città attraverso la messa in forma di una tensione architettonica data dalla forma dell’edificio, dai materiali impiegati, nell’idea di una “endless tower”, una torre senza fine.

Come ricordato dai progetti, l’aspirazione era quella della massima verticalità e della tensione verso l’alto, ottenuta applicando il concetto di un sistema modulare ripetibile all’infinito senza soluzione di continuità. Il modulo scelto per snellire il volume e accentuare la verticalità della torre si compone di 6 piani per uffici, con una pianta molto stretta e allungata di 21x58 metri. La scelta di queste proporzioni è finalizzata ad uno snellimento del volume per accentuarne la verticalità e lo rende strutturalmente provocatorio vista la snellezza di una forma così alta. Allo stesso tempo, il modulo della facciata è composto da una doppia pelle in vetro di forma leggermente bombata verso l’esterno al fine di conferire una sensazione di vibrazione del volume nella sua ascesa verso i piani alti.




Arata Isozaki come padre di un’architettura “veramente internazionale”

Dai lavori di Isozaki, come ricordato dalla giuria, emerge l’impegno dell’architetto e urbanista giapponese per “l’arte dello spazio” e per la diffusione di una metodologia transnazionale, oltre alla sua padronanza delle tecniche costruttive, dell’interpretazione del contesto e la cura dei dettagli, sempre intenzionali. Isozaki come “cittadino del mondo” e come padre di un’architettura “veramente internazionale” secondo Tom Pritzker, CEO della Pritzker Organization e presidente della Hyatt Foundation, un elemento fondamentale all’interno di mondo sempre più globale che ha bisogno di comunicazione. 


http://www.isozaki.co.jp/

*[tda]" He surpasses the framework of architecture to raise questions that transcend eras and borders". 

**[tda] "Possessing a profound knowledge of architectural history and theory, and embracing the avant-garde, he never merely replicated the status quo but challenged it. And in his search for meaningful architecture, he created buildings of great quality that to this day defy categorizations, reflect his constant evolution, and are always fresh in their approach. Isozaki is a pioneer in understanding that the need for architecture is both global and local—that those two forces are part of a single challenge […] For many years, he has been trying to make certain that areas of the world that have long traditions in architecture are not limited to that tradition, but help spread those traditions while simultaneously learning from the rest of the world.” *

**[tda] "I wanted to see the world through my own eyes, so I traveled around the globe at least ten times before I turned thirty. I wanted to feel the life of people in different places and visited extensively inside Japan, but also to the Islamic world, villages in the deep mountains of China, South East Asia, and metropolitan cities in the U.S. I was trying to find any opportunities to do so, and through this, I kept questioning, ‘what is architecture?’”

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