Claudio Santucci - Cristiana Picco - Florian Boje giò forma studio

Giò Forma: la nostra architettura democratica

Architetti

Intervista a Florian Boje e Cristiana Picco di Giò Forma sul loro approccio ai progetti e all'architettura

Abbiamo incontrato lo studio Giò Forma, una realtà creativa che si muove fra architettura e allestimenti, palchi musicali per importanti artisti internazionali, da Vasco a Jovanotti, e scenografie per le maggiori opere liriche, come l’Attila di Verdi alla Scala di Milano. Un lavoro intenso, riferimenti “alti” e poetici che guardano all’arte, alla natura e alla contemporaneità, alle grandi sfide che si prospettano nel nostro futuro. 

Un viaggio in un mondo dove “tutto è palco” e dove il racconto della storia, o meglio come la si costruisce, sono l’itinerario da seguire.

Potreste raccontare ai lettori di Isplora lo studio Giò Forma, quando è nato e come si articola? Cosa caratterizza il vostro modo di operare? Quali i temi affrontati? 

Florian Boje (FB) Lo studio si chiama Giò Forma, ha già più di vent'anni, e si compone da Cristiana Picco, Claudio Santucci e Florian Boje. Articoliamo la nostra collaborazione assieme ad un gruppo consistente di professionisti fissi, in totale siamo più di venti, ancora in crescita, e tanti sono con noi da 15 anni. 

Per noi tutto è palco, l'architettura è palco, spazio pubblico.

Cristiana Picco (CP) Un palco generato dalla storia, perché come studio ci basiamo sullo storytelling, la nostra parola per ogni progetto, qualcosa da lasciare come segno, non solo d’architettura.

FB Spesso è proprio “historytelling”, non solo storytelling. L'albero della Vita che abbiamo progettato per Expo 2015 è generato a partire dalla sequenza di Fibonacci, su disegni di Michelangelo. Per noi è tipico prendere dei pattern o delle strutture narrative e mischiarle assieme. Per esempio, nell’opera di Attila per la Scala, il ponte, che è il pezzo centrale, si compone di tanti ponti. Non è un ponte unico, ma è una crasi semantica di tantissimi ponti messi assieme.

CP La forza del nostro studio è andare a ricercare proprio le radici storiche: artisti, eventi, fotografie, libri, scritti, poesie, tutto ciò che ci può veramente ri-raccontare in maniera contemporanea il progetto.



FB L'altro fondamento del nostro lavoro è quello che noi chiamiamo “dive e deep dive”, producendo spazi scenici anche abitabili, cominciamo con “dive”, un primo tuffo in un racconto dove si capisce l'inizio, l'incipit. Poi arriva il “deep dive”, andare più profondo, in un ipersenso di oggetti e design dove si può comprendere maggiormente.

Lo facciamo in un concerto per Vasco Rossi, alla prima della Scala, o per una mostra, come nel caso della mostra alla Triennale “La Nazione delle Piante”, curata da Stefano Mancuso e parte di “Broken Nature: design takes on human survival”, dove abbiamo creato un caleidoscopio per far capire quanto dobbiamo cambiare punto di vista rispetto al mondo delle piante, alle intelligenze e alle capacità.

Dal vostro approccio al progetto emerge un metodo “scientifico”, che muove dalla ricerca delle fonti e delle informazioni che poi di volta in volta ricombinate e attualizzate. A questo proposito qual è la storia del Maraya Concert Hall?

FB Maraya è nato da una gara pubblica, ragione per cui si fanno le gare è che non si sa mai, no? Quando abbiamo visto il posto abbiamo pensato: "qua uno non dovrebbe costruire, è un posto che dovrebbe rimanere così com'è". Casomai, dovremmo fare un "castello nell'aria" oppure uno specchio.

Lo specchio per noi, ovviamente, è una materia cara. Noi usiamo tanto gli specchi, anche nel Padiglione Italia abbiamo disegnato la sala degli specchi, è un elemento che coinvolge totalmente lo spettatore, che gli attribuisce un peso.



Per il Maraya Concert Hall il progetto è nato proprio così, abbiamo deciso di non metterci in competizione con la natura ma semplicemente rifletterla. Lo studio su come rifletterla, su dove mettersi, i riflessi del sole, in quale angolatura, quale pezzo di paesaggio prendere, è un’operazione più complessa di quanto sembri. 

Farlo, poi, in sei mesi dallo schizzo al teatro costruito, fa parte di una equazione piuttosto complicata… in un posto dove non c'è veramente nulla. Il Maraya Concert Hall è una architettura temporanea, almeno lo dovrebbe essere, dovrebbe reggere qualche anno e poi lasciare il sito così com'era. Si tratta di un’architettura civetta: portare la gente, far capire la bellezza, e poi elegantemente togliersi dai piedi.

CP È una città istantanea come quella degli Archigram, smontabile e riutilizzabile.

FB Il concept principale è “reflected beauty”. Abbiamo ragionato con la storia del posto. Era un luogo molto particolare, qui passava la via dell'Incenso, uno dei primi contenitori di scambi culturali nel mondo, con l'incenso che veniva venduto si compravano altri beni, si parlavano mille lingue. Inoltre, anche la cultura del popolo dei Nabatei è architettonicamente interessante, scavavano nella roccia, non mettevano altri oggetti, non aggiungevano materiali. Noi abbiamo pensato di fare lo stesso, nel nostro caso la materia prima non era la roccia ma l'immagine. Abbiamo utilizzato la materia prima più bella del posto: l'immagine che riflette se stessa per forgiare un contenitore di spettacolo.

Immagino come la realizzazione del Maraya sia stata molto complessa…

FB Un incubo…(ride) In fondo è una struttura temporanea e l'abbiamo trattata come tale. L’azienda Black Engineering di Torino ha seguito la costruzione della struttura, del palco e le installazioni. Il Maraya ha più tecnologia della Scala e di un altro teatro messo insieme!



Detto questo, anche il concept dell’interno del teatro è interessante, abbiamo sviluppato l’idea della strutturazione, della dizione: abbiamo preso un pezzo di duna, l'abbiamo solidificato e, poi, gli abbiamo scavato il palco dentro. Dunque gli artisti suonavano dentro ad una duna video mappata.

Questa è un’altra nostra ossessione…proiettare video su tutto. Nel caso della duna del Maraya era come se il terreno rilasciasse il suo racconto. Alla fine anche questo è un riflesso.

Passando ad un altro progetto, vorrei che raccontaste ai nostri lettori la storia e i temi che soggiacciono dietro al Museo LUMEN, il museo di fotografia di montagna a Plan de Corones.



FB Il museo Lumen per noi è una cosa molto cara. Innanzitutto, perché è in Alto Adige ed io, da tedesco, mi sono divertito a lavorare nella mia lingua…(ride).

In realtà è stato un palco gigantesco, in alta montagna, nella vecchia stazione di una funivia che è stata trasformata dall'architetto Gerhard Mahlknecht, mentre Giò Forma si è occupata del racconto interno. Abbiamo stravolto la morfologia interna dell'edificio e abbiamo aggiunto una finestra di nove metri che è un gigantesco iride, un pezzo di arte cinetica. Un’altra operazione che abbiamo fatto è stata quella di invertire il percorso, si sale e si scende attraverso una scalinata che condiziona il percorso.

Poi, abbiamo inserito una grande sala di specchi, è impressionante…immaginatevi una valanga in una sala-specchio! Infine, questo è un museo della fotografia della montagna quindi abbiamo raccontato di come l'inquadratura determina la montagna che conosciamo, volevamo narrare le più belle cime delle Alpi che in realtà non conosciamo, quello che noi conosciamo – solitamente – è la vista delle cartoline.



CP C'è un'altra finestra da raccontare. Questo famoso shutter, o otturatore, che si chiude fino a quando, in un determinato momento del giorno, passa un solo raggio di luce. È lo storytelling della camera oscura e fa capire al visitatore come una volta i pittori vedevano le cose. Dunque, ancora, la storia, i particolari, come nel caso dell’installazione ReBOTL per Timberland alla Milano Design Week 2019, dove siamo partiti da una condizione dinamica. Se per Lumen il riferimento era Caravaggio e la camera oscura serviva per vedere i paesaggi e ridisegnarli, nel caso di Timberland siamo partiti dal movimento di Boccioni.

Volevamo creare anche un nuovo movimento che sensibilizzasse le persone ad un uso consapevole della plastica. Vedere dei bambini di tre anni che riconoscono gli oggetti e quelli di cinque che capiscono il processo e portano i loro tappi di bottiglia per dargli nuova vita è una grande soddisfazione.

FB Un po' abbiamo preso la morfologia e la dinamica in sezione dell’opera di Boccioni “Forme uniche della continuità nello spazio”, poi abbiamo dovuto lavorare con le mani a una serie di elementi per dare forma a quello che c’era, quasi 10000 scarti, con l’entusiasmo dato dal prendersi definitivamente cura del problema della plastica.

Noi viviamo l’architettura, il design, come un plot, prendiamo il plot e lo facciamo diventare un edificio, una mostra o un allestimento. Nella nostra mente non facciamo distinzioni: un grattacielo, una piazza o una vetrina per noi è totalmente uguale. Tecniche diverse ma lo stesso approccio, siamo democratici.



building

La community ISPLORA.com

Per rimanere in contatto con noi ed essere sempre aggiornati su progetti, materiali e design anche sui nostri canali social.

Entra nel mondo ISPLORA

indietro

Crea un account

Se non hai già un account clicca il pulsante qui sotto per creare il tuo account.

Crea account

Per ricevere crediti formativi riconosciuti dall'AIA (American Institute of Architects) clicca qui .

Crea un account

indietro