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ArchiTALKS #9: Italo Rota

Architetti

“Serendipity è fare felice la gente attraverso ogni cosa che si fa. Questo credo sia oggi quello che faccio e cerco di fare come architetto.”

Dopo la lezione di Pietro Carlo Pellegrini e il lavoro del “costruire sul costruito” l’ultima ArchiTALKS mette in luce la figura dell’architetto e designer Italo Rota, mostrandone la formazione e i riferimenti: dalle prime esperienze professionali ai lavori più recenti. Un percorso che ruota intorno al tema del “viaggio” che diventa lo strumento per connettere la professione con le passioni e gli interessi personali.

La storia della mia vita è legata al concetto di viaggio. Quando avevo 16 anni ho cominciato a viaggiare per il mondo,[…] poi ho sempre cercato nel mio lavoro di trovare luoghi sempre più lontani dove poter lavorare. Non ho quasi mai viaggiato per turismo e, quindi, sono stato anche molto fortunato. Fare l'architetto significa anche avere un po’ di fortuna, di far coincidere le proprie visioni, le proprie utopie, con delle realtà, rendere le utopie piccoli frammenti realizzabili. e questo è un segreto che ogni architetto deve poter costruire per arrivare a esprimersi e soprattutto per capire le persone, per non costruire ostilità verso il mondo.



Lungo questa traiettoria emergono alcune figure, come quelle di Franco Albini e Vittorio Gregotti, primi snodi nella nella carriera dell’architetto, fino all’esperienza lavorativa con Gae Aulenti per il progetto di allestimento per il Museo d’Orsay a Parigi. Oltre al tema del viaggio, ad emergere è il rapporto tra arte e architettura all’interno della pratica professionale, dove il “museo” diventa luogo di sperimentazione e ricerca.

La storia dei musei è stata una delle storie della mia breve vita perché è cominciata con Gare d'Orsay e poi qualche anno dopo il museo di Beaubourg, la collezione Cour Carrée del Louvre e così via fino ad arrivare all’Arengario 8/9 anni fa. Qui vede proprio il cambiamento dello statuto degli oggetti e nello stesso tempo la relazione che noi abbiamo con gli oggetti.  È chiaro che quando rivedo il museo del Louvre penso che oggi non lo farei più così, ma non perché ho cambiato idea di architettura, ma perché siamo cambiati tutti noi, è cambiato il nostro occhio, è cambiato il modo di osservare le relazioni. Abbiamo un'abitudine, una narratività molto più profonda. Uno spettatore che guarda il trailer iniziale di “The Young Pope” capisce quello che noi facciamo attraversando una sala di un grande museo in cui è possibile ricostruire una narrazione estremamente evidente.

Guarda subito l'ArchiTALKS di Italo Rota

Proprio il museo, l’architettura espositiva, è il punto di innesco per il racconto dei temi e dei progetti che hanno caratterizzato la carriera dell’architetto Italo Rota: dai padiglioni – partendo da quello per l’Expo di Saragozza del 2008 a quello del Kuwait per l’Expo 2015 di Milano – alle mediateche, passando per altri importanti musei, come quello del Novecento di Milano

La questione è la narrazione, il suo sviluppo, il rapporto fra gli spazi e le opere, tra l’arte e l’architettura, con la città che passa da essere mera spettatrice ad elemento del percorso museale. A questo proposito è emblematico il caso del Museo del Novecento dove il palazzo dell’Arengario si trasforma per accogliere la città, abbracciando Piazza Duomo e aprendo a viste sulle più importanti architetture milanesi in un dialogo continuo con le opere esposte: Lucio Fontana e le guglie neogotiche

Il percorso del Museo del Novecento è tutto in relazione all'esterno, nel senso che le opere cercano una coerenza all'interno di questa “collage city” che è la Milano post-bellica, in più partiva da una osservazione perché molto del rinnovamento di Milano è simbolicamente partito da quel museo, dalla convinzione politica e collettiva di mettere l'arte contemporanea in piazza del Duomo di fronte al potere religioso e storico. Questa è stata un'operazione simbolica per la città, mettere in uno spazio pubblico un’opera del primo ‘900, che era “Il Quarto Stato” e poi il “Fluorescente” di Fontana che diventa il grande lampadario della piazza. Decisioni […] che hanno poi portato a questa distribuzione delle opere sempre in relazione con la città. La città entra fisicamente ponendosi quasi in una maniera di montaggio in mezzo alle opere e credo che questo sia uno dei motivi del successo del museo, che non ti distrae ma ti arricchisce continuamente. L'altra è di fare un museo molto selettivo, cioè di non mostrare molte opere ma di cambiarle, a parte i capolavori del Futurismo e di Fontana, il resto è tutto in continua evoluzione. Oggi, l'ultima parte al museo diventerà produttiva… Cosa intendo per produttivo? Faccio un esempio per farmi capire: potrebbero essere prodotti cloni delle opere da portare a casa, perché il clone non è una copia, ma la riproduzione nel momento di una fisicità fatta con materiale del tutto incoerenti con l'originale.



L’architettura espositiva è anche misura del procedere sperimentale proposto dall’architetto Rota, nelle forme e nei materiali da un lato e dall’altro nella proposta di un nuovo paradigma che guarda alle sfide e ai cambiamenti contemporanei, rivolgendosi al futuro, come nel caso del padiglione italiano progettato per l’Expo di Dubai del 2020 con Carlo Ratti Associati.

Nel Padiglione italiano per Expo Dubai abbiamo preparato un processo molto particolare dove la materia genera le soluzioni. È un padiglione governato da scafi che arrivano via mare ma il padiglione, per esempio, non è climatizzato, tutte le materie hanno una logica circolare, sia dal punto di vista economico, che dal punto di vista della narrazione espressiva. C'è il recupero, c'è una passerella in cui l'interno è fatto di fondi di caffè e l’esterno è fatto con fibre di arancia o tanti altri temi così, per esempio la plastica recuperata dal mare che trova la propria espressività attraverso la trasformazione tecnologica. Questi temi privilegiano l'esperienza fisica, andando a toccare tutti i cinque sensi. 

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Molti altri sono i temi che emergono dalla lezione: dall’importanza dello scrivere all’idea di un’architettura allargata, mettendo sul tavolo di lavoro i temi dell’ambiente e della mobilità, il lavoro con gli abitanti e gli utenti, dove l’applicazione della tecnologia più avanzata prefigura nuovi modi d’abitare e nuovi territori.

Perché un architetto deve partecipare al disegno di un’infrastruttura come l'auto teleguidata? Non è un problema di design né di architettura però di sicuro trasforma radicalmente la città, trasforma lo spazio collettivo,  lo spazio condiviso, le vere nuove forme dell'urbanistica che ristrutturano il territorio.



L’ArchiTALKS di Italo Rota mette in luce una pratica differente che parte dall’idea di progettare edifici reversibili, come il Padiglione del Kuwait smontato e rimontato in Val Brembilla, un metodo che si spinge sino all’estremo esplorando il ruolo – per esempio – dell’intelligenza artificiale e ponendo nuovi interrogativi etici. L’idea di sperimentazione e prototipizzazione proposta parte dalla circolarità dei processi che avvengono nell’ambiente, guardando alla natura, sapendo sempre che “il futuro è nelle nostre mani”.

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