Cherubino Gambardella isplora architalks masterclass

ArchiTALKS #5 Gambardella Architetti

Architetti

“La bellezza, forse è una delle cose immateriali e soggettive che aiutano le persone a vivere meglio e se questa bellezza è più diffusa l'architetto funziona, perché in qualche modo l’architetto è un procuratore di bellezza.”

La lezione si snoda a partire dalla biografia dell’architetto Cherubino Gambardella, fondatore dello Studio Gambardella Architetti insieme a Simona Otieri, e docente presso l’Università Luigi Vanvitelli di Napoli.

Proprio Napoli è al centro, non solo del ricordo, ma è musa e riferimento nell’attività e nella ricerca dell’arch. Gambardella: una città molteplice, dalla geografia “sontuosa”, il golfo e le case, il cielo e il mare.

Era una Napoli assolata di incredibile, una Napoli che in qualche modo mi condizionò. L’immagine di Napoli colpita da una luce eterea rimase nella mia memoria sin dalla mia infanzia. La città era quasi bianca, i colori sembravano sfumarsi e a volte rivelarsi vividissimi sulla solidità delle facciate. Inoltre, la presenza di questo paesaggio e il mare sono stati tema fondamentale per la mia attività, insieme alla molteplicità di Napoli che risiedono nella sua costruzione attraverso una geografia sontuosa in una delle baie più belle del mondo

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Se la città di Napoli è il filo che guida tutta la produzione – da intendere nel senso ampio di un’architettura scritta, parlata e costruita – lungo il percorso di formazione emergono altri riferimenti artistici e letterari, grandi figure dell’architettura come Michele Capobianco, John Hejduk e Franco Purini. I luoghi, le persone e i momenti che attraversano la biografia e la formazione costituiscono l’anticamera all’esplicitazione dei temi della ricerca condotta dall’architetto Cherubino Gambardella: il concetto di “bellezza democratica”, o meglio la rivalutazione dell’imperfezione come elemento del progetto.

Questo tema della bellezza per tutti, di una specie di bellezza democratica che ho teorizzato in tanti scritti e in tante occasioni ma che oggi mi sembra molto importante stabilire in termini di attività sostanzialmente imperfetta. Vi trovate in uno spazio imperfetto, vi muovete in uno spazio imperfetto segnato dalle imperfezioni dall’affastellarsi delle cose e dal disordine che è un pregio, non un difetto. Non c'è niente di più terribile dittatoriale e cogente dell'ordine. Non c'è niente di più duro è capace e di stancarci e di deprimerci di assalirci con violenza di quanto non sia l'ordine. Non c'è nulla di più precostituito di quanto non siano i dogmi di cui l'architettura si è sempre nutrita.



Concetto della “bellezza democratica” che va di pari passo con lo strumentario dell’architetto: l’alterazione e la traduzione, tradurre a partire da disegni e schizzi come metodo di lavoro.

La bellezza democratica deve essere in fondo raggiunta attraverso uno strumentario che noi cerchiamo man mano di trasmettere attraverso la lettura costantemente alterata: il problema fondamentale è imparare ad alterare, conoscere la regola per alterarla costantemente, sottoporla quasi a un'azione apparentemente tossica o lisergica che gli permette di attingere alla dimensione del sogno, a una dimensione onirica.

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Tema che si inserisce una produzione vasta e multiforme, dove ad emergere sono la variazione, la trasformazione e il concetto di Mediterraneo. La lezione mostra a questo punto gli esempi di questo agire: dalle ville a Itri, a partire da scheletri abbandonati, alle case popolari della “Corte Blu” a Piscinola, i padiglioni espositivi di Expo 2015 e gli spazi della mobilità della stazione Metropolitana Loreto, la scuola professionale in Senegal e il restauro della Torre dello Ziro.

La Torre dello Ziro fu descritta da Giorgio Vasta come la “macchina dello sguardo”. Ha detto che si sentiva trasformato in un minerale quando entrava in questo spazio. Io non ho fatto altro che inserire una scala industriale che consolida il rudere e ne cambia il senso diventando una macchina per vedere. Per me l'osservazione del paesaggio vicino e del paesaggio lontano erano potentissime. il guardare a volte è più importante del vivere, l'osservare è più importante dello stare dentro. Il sistema di risalita dovuta alla scala industriale, la citazione dei tronchi d'albero messi per impedire che calpestassero solai pericolanti, era come dire per me determinante per il concetto stesso di mediterraneo, che diventava fortissimo. Nel 2000 io in qualche modo ho interpretato uno scheletro, un rudere, qualcosa come un punto dove nulla potesse essere demolito ma tutto potesse essere portato quasi al compimento: una costante incompiuta abitabile. Cos'è una costante incompiuta abitabile? una cosa che mette le basi perché tu possa guardare da qualche parte e possa fare in modo che questo rudere si preservi. Come nel caso della torre dello Ziro, a Capri, ho voluto preservare un rudere, non finirlo, ma preservarlo in questa sua condizione attraverso le elezioni a privilegio di alcuni punti di vista piuttosto che di altri. Per me il “mito mediterraneo” è esattamente questo: percorso, emozione, tensione, vista e appagamento dello strumento visivo, e al tempo stesso sorpresa della scomparsa della luce



Un procedere che si scontra con la questione delle norme, contro la dittatura della funzione, partendo dalla bellezza. Una fuga dal Moderno verso un mondo fondato sull’ideazione architettonica e sull’insegnamento. Contraddizioni e difficili equilibri che individuano un futuro che è in realtà più simile all’eterno presente di Sigfried Giedion, lasciando libertà di azione al paesaggio, alle foreste, e trovando – in qualità di architetti – un antidoto alla noia.

Per me la vita è una, ma la vita senza comporre ideali non ha assolutamente senso, mi annoierei terribilmente se non riuscissi a comporre instancabilmente degli ideali che hanno la forza di tenersi l'uno alla fine con l'inizio dell'altro, come se fosse una lunga onda di ideali che viene sottoposta a una continua sorveglianza. [...] Il nostro problema è trovare, come bellezza democratica, un incredibile antidoto alla noia, che sta inseguendo le città che vengono, anche nel caso della green architecture, aggredite da format. Siamo pieni di format, se riuscissimo ad evitare che di qui alle prossime generazioni fossero i format a vincere probabilmente avremo la possibilità di essere più stupiti e meno annoiati dell'architettura, della città, e del suo ruolo.

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