fondatori asastudio flavio franco albanese

Asastudio e l’ispirazione progettuale dalla poesia

Architetti

Asastudio rivendica un approccio multidisciplinare all’architettura, con influenze che vanno dalla botanica alla letteratura

Abbiamo incontrato gli architetti Flavio e Franco Albanese, titolari di Asastudio, con cui abbiamo parlato di ricerca e progetti “ibridi” e multidisciplinari, spaziando dalla piccola alla grande scala.

Potete raccontare ai lettori del magazine di Isplora come è nato e come si configura Asastudio? Quali sono i vostri ambiti di lavoro e le competenze che mettete in campo nei vostri progetti?

Franco Albanese (FA) Lo studio di architettura, così come è strutturato, nasce nel 1987. Ma la sua genesi è precedente di quasi due lustri ed è l’ideale evoluzione dei nostri interessi, soprattutto di quelli di Flavio. 

Flavio Albanese (FLA) Da autodidatta e giovanissimo ho cercato di conferire consistenza al mio interesse per il bello e per l’architettura iniziando a lavorare in bottega nello studio dell’architetto Motterle a Vicenza, dove ho conosciuto e ho imparato da Carlo Scarpa. In quel periodo ricordo di aver investito la massima parte dei miei guadagni in libri e nell’acquisto delle prime opere d’arte contemporanea. Successivamente ho iniziato a cimentarmi in autonomia con il design per marchi come Driade e Rossitex, ampliando un poco alla volta il portfolio con interventi di interior molto creativi e colorati, notati soprattutto per il fatto di esercitarsi su case e spazi molto classici e di ispirazione palladiana. Non è da escludere che proprio l’estrema libertà progettuale e compositiva dovuta a una formazione del tutto esterna ai percorsi didattici tradizionali abbia contribuito a focalizzare l’interesse sui miei lavori, favorendo incarichi di retail per brand della moda molto importanti come Fiorucci e Trussardi. 

FA Ad un certo punto l’entità dei progetti è diventata così articolata da richiedere uno studio più strutturato e più complesso, ed è così che abbiamo deciso di dar vita ad Asa Studio Albanese, divenuto oggi Asastudio. Mentre Flavio è l’emisfero creativo, filosofico e intuitivo del sistema, il mio ruolo consiste nel rappresentarne la ragion pratica, la figura chiamata a dare concretezza e fisicità alle idee. 

I progetti di Asastudio spaziano dalla progettazione di yacht a quella di complessi industriali, ville sul mare ed esperimenti di housing, hospitality e negozi. La multidisciplinarità fa parte del vostro DNA? Con quali strumenti vi spostate da un “settore” di progettazione all’altro e quali elementi considerati imprescindibili nel vostro processo progettuale?

FA + FLA La cifra dello studio può essere racchiusa nel termine “eclettismo”, un eclettismo generato da una energica e positiva schizofrenia. Il fatto di non avere un pensiero architettonico monodimensionale e di possedere invece una pedagogia multiforme e poco convenzionale ci ha sempre permesso una grande laicità e libertà nello sperimentare soluzioni molto diverse. In realtà siamo convinti che l’architettura debba adottare un grande principio imprescindibile, quello ippocratico del “primum non nocere”: il non-nuocere, l’innocenza, sta alla base del nostro approccio



Guardando con occhi innocenti, ma forti delle nostre conoscenze, affrontiamo ogni nuovo progetto ricercando un dialogo quanto più ampio e più comprensivo possibile: con l’ambiente, con la natura, con gli altri edifici, con gli oggetti e i soggetti presenti nel contesto. In effetti non si può parlare di un metodo stricto sensu, ma piuttosto di un’apertura, di una disponibilità a dialogare a più livelli, di un’attitudine mentale che ci permette di affrontare scale di lavoro molto diverse tra di loro senza mai sentirci in difetto. Gli strumenti di cui parli, quindi, non sono infrastrutture concettuali ingombranti ma attrezzature molto agili, immateriali: come i nomadi, bisogna viaggiare leggeri per potersi spostare. 

Nel descrivervi sul vostro sito raccontate di avere una “biblioteca di oltre 15.00 volumi e una cultura progettuale che interseca e moltiplica discipline differenti”. Dunque, si può parlare per Asastudio di un metodo multidisciplinare e fondato sulla continua ricerca?

FA+FLA La biblioteca è il cuore pulsante della nostra attività. È lì che nascono i nostri progetti, il luogo fisico e simbolico in cui si generano le parole-chiave. Una biblioteca molto varia, occupata dall’architettura solo in maniera parziale; il resto è consacrato alle discipline più diverse: storia, antropologia, sociologia, botanica, filosofia, neuroscienze, arte moderna e contemporanea, geografia, cinema, teatro, letteratura, poesia. Un catalogo “multilayer” e multidisciplinare. 

Ci siamo dotati di questo patrimonio di idee perché siamo convinti che il mondo non sia un oggetto semplice: il mondo è un fenomeno complesso, e analizzandolo da un solo punto di vista si rischia di perdere la proprietà specifica del suo essere-mondo, la sua complessità. Anche le scienze dure oggi stanno rinunciando alle specializzazioni e ai compartimenti stagni, integrando punti di vista provenienti da altre discipline per ottenere una visione più completa degli elementi osservati. E quindi come può l’architettura, che affronta il tema complesso e fragile dell’abitare, rinunciare a una visione multipla e multidisciplinare del suo campo di intervento? “Poeticamente abita l’uomo” diceva Hölderlin. E non è un caso che uno dei progetti più noti dello studio, gli headquarters di Sinv a Carré, sia stato ispirato non da un progetto di qualche maestro dell’architettura, ma da una poesia di Andrea Zanzotto.

A proposito di architetture e di complessità, partirei dall’HTM Hybrid Tower a Mestre, un progetto che ha avuto molta risonanza e soprattutto propone un modello interessante basato sul mix di funzioni e di forme. Potete raccontare ad Isplora meglio questo lavoro? Potreste citare alcune forniture e prodotti innovativi utilizzati nel progetto?

FA+FLA Nel progetto di HTM abbiamo radicalmente ridefinito quanto indicato dal programma iniziale per l’area dell’ex deposito degli autobus in via Torino a Mestre. Questo programma prevedeva la costruzione di 4 torri con la conseguente saturazione volumetrica del sito. L’alternativa che abbiamo presentato con HTM ha invece ridotto di oltre il 60% l'impatto volumetrico iniziale, rappresentando in questo senso un enorme salto di qualità dal punto di vista della responsabilità e della consapevolezza. La logica di HTM si ispira alla matrice episodica, cioè non sistematica, che fa da fil rouge all’intera storia urbanistica di Mestre. Una serie composta da molteplici episodi architettonici autoconclusivi, di cui HTM è la puntata più recente.



L’idea dell’ibridazione e della con-fusione delle funzioni, infine, è un tratto molto ricorrente nel nostro modo di approcciarci ai sistemi complessi: pensiamo infatti che la biodiversità sia un elemento vitale in qualsiasi ecosistema di una certa grandezza. Nel caso della HTM le nostre idee di mixité si incrociavano perfettamente sia con le esigenze della committenza che con le richieste della città. Ed è così che la Hybrid Tower è stata concepita, con un’idea di ibridazione così forte da non avere la necessità di nascondersi dietro a uno scrigno formale omogeneo. Per questo ogni layer, ogni cambiamento di funzione, è ben riconoscibile e leggibile all’esterno, grazie a un trattamento differente delle facciate e dei volumi. L’aspetto ibrido dell’esterno della torre è una dichiarazione di onestà rispetto alle cose che accadono all’interno.

Le facciate della HTM sono prodotte dalla ditta sistemista Pavarin, che ha usato profili in alluminio METRA. Un elemento significativo, oltre al particolare colore brunito delle pinne verticali portanti rivolte verso l’esterno, è il fatto che in corrispondenza delle doppie altezze interne delle zone uffici e ristorante, per sopportare la spinta del vento, le facciate sono state rinforzate da irrigidimenti strutturali in acciaio, anche questi a vista. Un altro elemento interessante è quello che riguarda le scale principali, realizzate con elementi prefabbricati opportunamente studiati con la ditta Precasa per essere montati velocemente come elementi finiti.

Il rigore e gli echi del Razionalismo sembrano invece venir fuori dalla progettazione degli interni per il negozio Thom Browne NY a Londra. In questo caso quali sono state le vostre scelte? Come vi siete rapportati con il cliente e con il brand? Potreste parlarci dei prodotti e delle arredi utilizzati per il progetto di interior?

FA+FLA Con il brand Thom Browne NY abbiamo inaugurato una partnership che ha coinvolto tutti i nuovi store del marchio in Europa e in Asia.



Thom è un vecchio amico degli anni newyorkesi e i rapporti personali si sono intrecciati con quelli professionali. Ci ha fatto molto piacere che un marchio globale in inequivocabile ascesa abbia pensato a noi per modellare i suoi nuovi spazi, ispirati al razionalismo architettonico italiano fra le due guerre e agli offices spaces americani degli anni ’50. Il concetto su cui abbiamo lavorato è appunto quello di una nuova proporzione che rimodula le norme pur rimanendo rigorosa ed elegantissima, esattamente come accade negli abiti della maison.

I materiali e gli arredi costituiscono un piccolo catalogo di eleganza sobria, come i pavimenti in gettata di terrazzo o le pareti in marmo bardiglio grigio, forniti dal general contractor Buzzoni e da Margraf. I mobili, quasi tutti pezzi originali di designer come Paul McCobb, Jacques Adnet e Edward Wormley, sono stati scelti per integrarsi con lo sfondo razionalista e definire così un’atmosfera di austera sobrietà. In alcuni casi, a causa della difficoltà nel reperire sul mercato i pezzi originali, abbiano disegnato noi stessi i mobili per i negozi, rielaborando le suggestioni e le forme di quel filone di design



Cosa proporrete per il 2019? State ultimando il Polo Agroalimentare del Monselice? Altri importanti progetti all’orizzonte?

FA+FLA Il polo logistico agroalimentare di Monselice è un impegno molto importante per lo studio, un cantiere già in fase avanzata che ci coinvolgerà intensamente almeno per tutto il 2019. Si tratta di un landmark di grandi dimensioni con i suoi oltre 130.000 mq nella sua fase definitiva, che ha generato numerose riflessioni sulle modalità di gestire il rapporto con il contesto e con il paesaggio. Ne abbiamo curato il concept e ci occuperemo della direzione artistica della struttura. In particolare ci siamo focalizzati su ciò che sta al di sopra della grande piastra funzionale, il cosiddetto “livello delle relazioni” destinato agli uffici, alle mense e alla conference hall.

Il 2019 sarà un anno importante anche per un altro progetto che ci sta molto a cuore: il refurbishing dell’ex colonia Marina di Padova al Lido di Venezia. Si tratta di uno splendido edificio del 1936 progettato da Daniele Calabi, e ci consentirà di misurarci con un pezzo di storia dell’architettura italiana attraverso un intervento di restauro e di riadattamento, a conclusione del quale la Colonia sarà consegnata alle funzioni di hospitality per un hotel molto particolare, in un contesto di incredibile fascino e bellezza.

Infine siamo in procinto di avviare al cantiere le prime 20 delle 80 ville di un luxury leisure complex per il Verdura Resort a Sciacca. Parliamo di un compound di ville private, commissionate dalla Rocco Forte Hotel e immerse nella natura con vista sul Mediterraneo: un progetto a stretto contatto con la forza della storia e la potenza del paesaggio, ma che non rinuncia al comfort e alle forme dell’abitare contemporaneo.



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