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Park Associati: ascolto, intuizione e sperimentazione

Architetti

L'intervista a Park Associati. Come nasce e si struttura un importante studio di architettura: il racconto del progetto, il controllo del processo costruttivo, la ricerca e il rapporto con Milano.

Siamo stati nello studio di Park Associati per fare una lunga chiacchierata con i due fondatori: gli architetti Filippo Pagliani e Michele Rossi. Lo studio negli ultimi anni è diventato uno dei più importanti in Italia, distinguendosi per numerosi e importanti progetti: dagli headquarters per Generali (Engie) a quelli in realizzazione per Luxottica, passando per Nestlé e Salewa. Edifici iconici e nuovi involucri, recuperi e operazioni di retrofitting, installazioni e flagship store, che mostrano un processo progettuale aperto, trasversale e scientifico, attento a dettagli e sempre ispirato dalla ricerca, sia tecnologica che di linguaggio.

Come è nato il vostro studio? Da quale formazione e da quali esperienze?

MICHELE ROSSI (MR): Dopo le esperienze formative, all’Università e negli studi professionali, abbiamo iniziato a condividere uno spazio nel 1999 e poi, invece, abbiamo cominciato a lavorare insieme. Non è stata una scelta pianificata, ma è stata sicuramente una scelta fortunata!

FILIPPO PAGLIANI (FP): Possiamo dire che si trattò di un co-working ante litteram che poi dopo è sfociato in una serie di occasioni lavorative.

MR: Esatto, c’è stato un primo lavoro grande, per Credit Suisse, dopo una serie di lavori piccoli, per cui abbiamo provato a lavorare insieme.

FP: Poi nel 2000 abbiamo fondato Park Associati, anche perché avevamo bisogno di un’identità forte nei confronti dei clienti.

MR: È stato un modo per accelerare una serie di decisioni, creando uno studio che non esisteva realmente. Invitavamo i nostri amici per riempire lo studio quando venivano i clienti...(ridono)...tutti senza computer...anche se pensandoci oggi era poco credibile!

Oggi Park Associati quanti componenti ha? Come vi organizzate?

MR: Oggi siamo 50 persone in Park, abbiamo avuto tre fasi della nostra storia: dal 2000 al 2007 dove a parte Credit Suisse abbiamo fatto tanti progetti piccolini, molti concorsi ma soprattutto è stato un periodo dove abbiamo costruito un linguaggio e un modo di lavorare. Dal 2007 abbiamo cominciato a vincere delle gare importanti, e dal 2008 al 2016 lo studio è sempre cresciuto, quasi in un modo molto naturale. Poi, due anni fa, c'è stata una accelerazione che ci ha portato a raddoppiare la dimensione dello studio e anche quella dello spazio che ci ospitava.

FP: L’ampiamento dello studio è avvenuto circa un anno fa, inglobando il piano sottostante dell’attuale struttura. Ad oggi il piano superiore è la sede operativa, mentre al piano inferiore si trovano l’accoglienza, l’amministrazione, la comunicazione, il new business, una cucina, un refettorio, una sala modelli e una per le riunioni. Adesso, questa, è la nostra scatola ideale, oltre sarebbe impensabile per mantenere un buon controllo sui progetti.

MR: Per quanto riguarda l’organizzazione, abbiamo sempre avuto la fortuna di avere uno staff molto consolidato nel tempo. C'era uno zoccolo duro di collaboratori che conoscevano bene il nostro modo di lavorare e le dinamiche del nostro studio. Di questi, sette architetti sono dei project director (leader) e hanno un ruolo di coordinamento dei team di lavoro, oltre ad essere la parte che quotidianamente si interfaccia con i clienti.




Si può dire che con l’ampliamento del vostro studio il nuovo spazio rispecchi appieno gli ideali del vostro atelier e sia l’espressione della vostra idea di progetto? Dall’involucro dell’edificio ai materiali impiegati nella costruzione, la cura e l’attenzione nel trattarli?

FP: È proprio così, il luogo dove lavori, per il nostro mestiere, non è indifferente. Uno spazio come questo ci ha dato modo di riflettere su delle evoluzioni, la volontà di fare degli approfondimenti, tanto che adesso stiamo pensando a una sorta di laboratorio di ricerca interno su vari temi, in modo tale da approfondire diversi ambiti di ricerca legati al nostro lavoro.

Quindi, se il luogo in cui si lavora non è indifferente alla professione, questo vale anche per Milano, la città in cui lavorate?

MR: Noi siamo molto milanesi e sicuramente nella nostra pratica siamo stati influenzati da questa città. Basta dire che questo momento quasi tutto il nostro lavoro è a Milano, il che da un lato è molto comodo e dall'altro ci invita ad allargare in futuro il nostro orizzonte, soprattutto verso l’estero.




Milano come scenografia alla vostra architettura. Un altro aspetto interessante è come raccontate i vostri progetti: un testo, immagini e un breve film. Come si può spiegare la scelta di una narrazione quasi “filmica dell'architettura”, attraverso il montaggio che mette insieme le riprese di cantiere fino all’opera finita, in un'architettura che prende vita attraverso suoni e rumori? 

FP: Con il film abbiamo capito, grazie a varie esperienze e collaborazioni con festival, che potevamo e che possiamo raccontare soprattutto il cantiere in modo completamente diverso: un modo narrativo molto più intenso e vicino a quella che è la realtà del progetto. Così, grazie ai nostri collaboratori, abbiamo costruito dei video sui cantieri che potessero raccontare e far sentire il progetto in modo diverso, in un modo che la fotografia non può sempre comunicare.

MR: Il video dà qualcosa che la fotografia non può raccontare, come la narrazione dello spazio che è molto complessa, così come lo è la relazione con le persone. Per noi il racconto attraverso un video è molto affascinante perché è un modo diverso di raccontare, che però non è alternativo alla fotografia, è integrato alla narrazione. Il video è molto più realistico, è sincero.

FP: Con il video si ha una sorta di concretezza, che la fotografia non ha. Come si diceva prima non si può fingere con il video, tutto ciò che vedi è reale, non si può nascondere qualcosa, è totalmente calato nella realtà. Quindi, tutto sommato è anche un atto di onestà nei confronti del progetto e di chi lo deve vedere. È così. Inoltre, non si può aver paura del cantiere e del progetto costruito, cosa che secondo me spesso succede. Noi curiamo e controlliamo così approfonditamente il nostro progetto che, nel dettaglio e in tutte le fasi esecutive, siamo sicuri che una volta terminato è quello che volevamo. Il video, poi, ha la capacità di creare questo distacco, creando un momento intimo, uno strumento per entrare dentro la situazione, dentro il progetto.




Rimarrei sulla questione del “racconto”, nel descrivervi e nel parlare della vostra attività progettuale utilizzate le parole “ascolto, intuizione e sperimentazione”. Perché la scelta di queste tre parole?

MR: “Ascolto” vuol dire, partendo dalle indicazioni del cliente, definire i confini del progetto, i limiti dettati dal budget. Abbiamo fatto spesso dei progetti difficili perché c'erano pochissimi margini di sperimentazione, di creatività, però abbiamo sempre cercato di essere propositivi. L'ascolto per noi vuol dire anche cercare di comprendere le potenzialità dell’edificio che ci viene proposto, come nel caso del progetto “La Serenissima”: un edificio progettato nel 1962 per la società Campari dai fratelli Soncini, un’architettura dal grande valore ma ormai datata, soprattutto per quanto riguardava le soluzione tecniche adottate. O come nel caso degli “Engie Headquarters” dove, viste le scarse qualità dell’edificio esistente, si è scelto di preservare soltanto la struttura, ripensando completamente l’immobile. L'atteggiamento e il peso del nostro progetto viene ricalibrato anche a seconda di quello che abbiamo in mano. “Ascolto” è anche letteralmente ascoltare il luogo, l'ambiente, nel momento in cui andiamo a progettare. “Intuizione” e “sperimentazione” identificano, invece, il nostro desiderio di trovare sempre una chiave di lettura unica e un po’ speciale del progetto. In qualunque progetto, anche il più banale, per trovare un elemento di interesse che può dare un valore aggiunto, anche in termini di materiali o di dettagli.

FP: “Sperimentare” è una continua ricerca di nuovi materiali, tecnologie, per innovare. Ci sentiamo parte del mondo dell'industria, come progettisti, cerchiamo di assimilarlo il più possibile per poi trasformarlo in qualcosa di nuovo tutte le volte, andando al di là del puro atto formale. Cercando, così, una combinazione tra tecnologia, forma e funzione. Ad emergere dal vostro lavoro è un modus operandi molto faticoso, costruito sulla combinazione di diversi aspetti, mirando alla sperimentazione e alla sostenibilità del e nel progetto.

Voi, come definireste il vostro atteggiamento progettuale?

FP: Innanzitutto, si tratta di un atteggiamento etico, la sostenibilità in fondo non è soltanto costruire bene ma anche usare più che si può quello che abbiamo già. Nel caso di “Engie Headquarters” anche solo demolire e ricostruire la struttura in cemento armato avrebbe avuto un impatto sull'ecosistema. Dobbiamo dire che oggi il termine sostenibilità è un termine abusato e non può più essere usato come termine per descrivere l’eccezionalità nel mondo della progettazione, ma deve essere considerato come un termine insito nel processo di costruzione. Qualsiasi progetto se realizzato correttamente è sostenibile, andando ad incidere così su tutti gli ambiti della progetto, da quelli tecnici a quelli economici, fino a quelli culturali. 


https://www.parkassociati.com/

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