pietro lissoni foto di Matthias Ziegler 2018

Piero Lissoni: se mi chiamate architetto mi offendo

Architetti

Intervista a Piero Lissoni, il progetto come responsabilità e dialogo quotidiano

La redazione di Isplora a pochi giorni dall’inizio del Salone del Mobile 2019 ha incontrato uno dei più importati architetti e designer del panorama internazionale: Piero Lissoni. Nell’intervista con Lissoni abbiamo esplorato in lungo e in largo l’intensa attività progettuale di Lissoni Associati, i temi e le opere, approfondendo il discorso sulla genesi del processo creativo: tra proporzioni e invenzione.

Piero Lissoni: architetto, costruttore, creatore, designer, inventore, progettista. Come si definirebbe?

Mettiamola così: più o meno anarchico, più o meno disciplinato e abbastanza responsabile. “Architetto” mi sembra discretamente offensivo, “essere architetto” alle volte è un eccellente espediente per commettere le peggiori ignominie, quasi come se quest’arte minore avesse la capacità ed il potere di dare il consenso a qualsiasi orrore. Dunque non disconosco il ruolo dell’architetto, sono molto felice di esserlo, però sono anche contemporaneamente un poco anarchico, abbastanza disciplinato e cerco di essere il più responsabile possibile.

La questione della responsabilità del progetto è fondamentale, non possiamo come diceva lei prima, mettere sotto un unico grande cappello una serie di operazioni che hanno poco a che fare con l'architettura.

Tutto quello che facciamo, qualsiasi mossa, è una specie di paso-doble: da una parte c'è quella che potrei definire la dimensione politica, quotidiana, della nostra professione e dall'altra parte vi è un atto di responsabilità, il dialogo e il lavoro in contraddittorio, rimanendo rigorosamente responsabili. Questo ti porta ad essere, come architetto, un pochino più disciplinato.

Dunque, qual è il rapporto con le sue molte opere: architetture, allestimenti, arredi e oggetti? Emerge un fil rouge oppure ogni progetto è figlio di una situazione contingente?

Sono felicemente cresciuto in una visione molto umanistica della professione data dal Politecnico di Milano. Per me fare l'architetto ha significato diversi aspetti legati ad un unico elemento che è la proporzione. La proporzione è la proporzione umana, non è una proporzione tout-court. Quindi qualsiasi cosa tocco passa attraverso questa specie di forca caudina, che sia un edificio, una fabbrica, un museo, una barca, un interno o un oggetto. Il fil rouge è dato dalla proporzione, passando attraverso scale diverse e conoscenze differenti. Un architetto se non sa di ingegneria è meglio che cambi mestiere, un designer se non sa di tecnologia idem.



A proposito di “proporzione” lei ha spesso parlato di “giusta sproporzione” e di “errore reiterato” nel parlare della sua produzione. Quindi l’architettura e il design sono una continua esperienza di sperimentazione? 

Io parto dal presupposto che tutto quanto è legato a un modello di proporzioni che comincia migliaia di anni fa ed ha un legame nettissimo tra noi essere umani e le cose che ci circondano. Siamo arrivati addirittura a teorizzare il “numero d’oro” e il Pi greco. Poi però bisogna provare ad uscire da questo, provando a sbagliare qualche cosa. L’errore secondo me è un insegnamento meraviglioso, ma reiterarlo gratuitamente è abbastanza stupido.

Guardando da fuori, sembra che ogni progetto nasconda un approccio divertito, quasi ironico, curioso, indagatore.Questi sono tutti elementi imprescindibili del suo processo creativo?

Assolutamente sì, però quando facciamo progetti ad alto livello di complessità, che siano essi design industriale o architetture, io cerco di metterci la minore ironia possibile. Mi piace invece l'idea di divertirmi, quello sì, di ridere a volte sulle cose che faccio, di sbagliarle.

A questo punto, da dove nascono i progetti di Piero Lissoni?

I progetti nascono da un dialogo quotidiano con i miei interlocutori. Nessun progetto nasce in virtù della bravura tout-court di un architetto, di un designer. Tutti i progetti nascono da una strettissima collaborazione quotidiana, da un dialogo e da un dibattito che alcune volte sfocia anche in scontri piuttosto vivaci, è questa la prima parte. La seconda parte è che ho bisogno di avere interlocutori forti, lavorare con un interlocutore debole, dalla mia esperienza personale, non mi ha mai portato ad avere dei buoni progetti tra le mani. La bontà dei progetti frutto delle mani di più persone ma soprattutto è perché ho degli eccellenti clienti.



Il futuro di Lissoni associati? Ci sono dei progetti in cantiere particolari? Cosa state preparando per il Salone del Mobile? 

Abbiamo tantissimi progetti, più o meno abbiamo circa 28 cantieri in giro per il mondo e vanno da fabbriche, edifici privati, residenze, alberghi, headquarters, che vengono progettati dallo studio di Milano mentre nello studio americano, a New York, sviluppiamo e controlliamo tutti i progetti di architettura che ruotano nell’emisfero Atlantico. Per il Salone del Mobile sto lavorando per tutte le aziende che sono nel nostro "catalogo": Alpi, Boffi, B&B, DePadova, Flos, Glas, Kartell, Kerakoll, Knoll, Lema, Living Divani, Porro, Salvatori, ecc. Tutti i nostri clienti, tutti gli anni, presentano qualcosa di speciale per il Salone del Mobile!

Quindi è un periodo super impegnato... 

Io faccio questa professione in primo luogo perché mi piace e secondariamente, o se preferisce principalmente, perché sono molto appassionato. Il giorno che smetterò di essere così appassionato e la vedrò solo come professione magari vado a fare lo sciatore!

Mi ha sempre affascinato poter fare l’insegnante di sci, insegnare un movimento molto tecnico e molto “fisico”, fisico inteso come fisica e non come muscoli.



Mi viene in mente Carlo Mollino...

Sì, Mollino. Se devo scegliere un architetto che mi ha pesantemente affascinato da sempre in virtù della bellezza delle ragazze che sceglieva, della passione per lo sci, per la velocità, per il volo e per le auto…Voglio dire…Cosa vuoi più dalla vita? (ridendo) 

Tornando a noi, domanda facile, secondo Piero Lissoni si può ancora inventare qualcosa?

Credo di sì, se si pensa a come si sta sviluppando l'elettronica o la chimica molecolare. Altroché si può inventare qualcosa! Basti guardare a come cambiano quotidianamente i prodromi strutturali di ogni cosa: dall’automobile, all’edificio e alla bicicletta. Diverso per il discorso formale. Anche se molto spesso la tecnologia modifica la forma, insomma c'è da star tranquilli.



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