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PlaC: flessibilità, riuso e valorizzazione

Architetti

Una delle case dove Isplora è entrata in occasione di “Open House” è quella dell’architetto Davide Barreri, realizzata a Torino insieme alla moglie Hyemin Ro. Lo abbiamo incontrato nuovamente per parlare di PlaC, lo studio di architettura da lui fondato nel 2015 insieme agli architetti Ilaria Ariolfo e Andrea Alessio, delle loro realizzazioni e dei temi che guidano la loro progettazione.

PlaC, ovvero Plateau Collaboratif: raccontate ai lettori di Isplora chi siete, come avete iniziato la vostra esperienza lavorativa condivisa, e quindi cosa vuol dire per voi “collaborazione”?

Siamo tre soci fondatori: il sottoscritto, Ilaria Ariolfo e Andrea Alessio, tutti e tre architetti. Ci siamo conosciuti al primo anno al Politecnico di Torino, dove eravamo compagni di corso già dal primo giorno di università. Ilaria e Andrea si sono poi spostati, rispettivamente a Madrid e Berlino, mentre io ho fatto la tesi a metà tra Torino e Seoul, dove ho vissuto per qualche mese durante le ricerche per la tesi. 

Abbiamo avuto anche altre esperienze lavorative post-universitarie all’estero: Andrea ha proseguito il suo percorso a Berlino, lavorando per lo studio LIN architects urbanists per diversi anni; Ilaria ha lavorato in alcuni studi a Madrid, io invece mi sono spostato a Londra, dove ho lavorato un anno presso lo studio Hopkins. In questi anni, benché lavorassimo insieme a distanza, chiaramente potevamo impostare solo un numero e un tipo limitato di lavori, anche per via degli altri impegni. Nel 2015 siamo di fatto tornati tutti qui a Torino e abbiamo aperto la società, iniziando “a fare sul serio".

Il Trailer del film "Open House", in cui è presente la "Casa 3 Viste" dell'architetto Davide Barreri 

Perché Plateau Collaboratif? Plateau, nel senso di piattaforma, per ricordare il modo “orizzontale” in cui gestiamo lo studio: cerchiamo di fare riunioni con tutti i collaboratori, dove anche l’ultimo intern arrivato prende parte attiva al percorso progettuale. Non c’è età o esperienza per proporre buone idee: vediamo bene il contributo di tutti. Collaboratif quindi per lo spirito di collaborazione che ci distingue, sia internamente che esternamente con altri professionisti anche non del settore, come artisti, pianificatori, paesaggisti, sociologi e così via.

Guarda il film "Open House" per conoscere il progetto della "Casa 3 Viste"


L’impronta esclusivamente architettonica o progettuale, per lavori su ampia scala, è limitante: il contributo di figure esterne è fondamentale. Soprattutto nei concorsi, riteniamo che questa struttura multidisciplinare consenta di avere più punti di vista sulle problematiche progettuali, e di trovare quindi soluzioni più interessanti. Spesso quindi facciamo riunioni, tavole appese al muro, con sette o otto persone, dove si discute liberamente di tutte le tematiche. Questo modus operandi e questa nostra trasversalità riteniamo arricchiscano il discorso e, inevitabilmente, anche il risultato.

In che modo la vostra filosofia d’intervento riesce a declinare le differenti scale di progetto? Avete uno schema base che riproponete ad ogni progetto, oppure vi reinventate volta per volta? In che senso i vostri progetti possono essere interpretati con un’impronta “artigianale”?

Tre macro-temi sono presenti in tutti i nostri progetti, dalla scala più piccola alla più grande, come se fossero denominatori comuni: flessibilità, riuso e valorizzazione

Soprattutto riuso e valorizzazione sono conseguenza del fatto che, in Italia, raramente si progetti su una tabula rasa ma ci si debba solitamente confrontare con l’esistente: questa condizione di partenza, dove bisogna instaurare un dialogo con preesistenze o situazioni più o meno complesse, è per noi interessante e stimolante a livello progettuale per via dei numerosi input, per le necessità e per la stratificazione di storie e racconti. Si tratta di dati che, se sai indagare con il metodo giusto, ti faranno trovare già le risposte per il progetto finale. Così, per esempio, in alcuni concorsi, ci siamo trovati ad andare “contro” il bando: dove era prevista demolizione, noi proponevamo il riuso

Flessibilità per noi copre invece un raggio di significati particolarmente ampio: funzionale, programmatica, dei flussi, di gestione, ma anche e soprattutto flessibilità dal punto di vista spaziale. Per esempio, cerchiamo di dare al cliente sempre una risposta “multipla”, cerchiamo cioè di prevedere le sue esigenze future, includendo eventuali variazioni al disegno e garantendo la trasformabilità dello spazio; flessibilità di flussi tra interno ed esterno o una flessibilità programmatica sono finalizzate alla creazione di una mixité utilissima soprattutto ad una scala progettuale più ampia

Infine, tutti i progetti di PlaC partono da un’analisi rigida del contesto e del luogo in cui sono: fondamentalmente sono molto site-specific, non sono interscambiabili e non sono pensati per una riproducibilità. Il contesto e il suo studio sono strumento fondamentale per processo progettuale: per noi artigianalità significa cucire il progetto sul committente, come un abito su misura, ma anche sul luogo in cui il lavoro va a inserirsi. 

Lo stile grafico: la chiarezza e pulizia che contraddistingue le vostre rappresentazioni rispecchia l’idea di progetto stesso. Quanto influisce sulla concezione di progetto il vostro stile di rappresentazione?

Nel nostro lavoro c’è uno scambio costante tra rappresentazione e progetto, di rimbalzo l’uno sull’altro. Di fatto, cerchiamo di avere un approccio camaleontico sul caso specifico, capendo come comunicare e a chi: la signora Maria e l’Europan non sono la stessa cosa. Non abbiamo mai scelto a tavolino una rappresentazione uniforme per tutti i progetti dello studio, nemmeno per le pubblicazioni, benché ci siano delle rappresentazioni a noi più care e ricorrenti, come lo spaccato assonometrico.

Questa preferenza è figlia di numerose ragioni, tra le quali spicca la scelta di lavorare su molti concorsi. Solitamente, vi è poco spazio infatti per raccontare ricerca, progetto e intenzioni: con una sola tavola a disposizione, abbiamo osservato che la rappresentazione bidimensionale non riesce a trasmettere tutte le informazioni che invece riusciamo a condensare con questo tipo di rappresentazione. Il disegno più eccellente, tra i nostri lavori, è Parma: emergono chiaramente la ricerca dietro al progetto, il discorso fatto sugli spazi esterni, la relazione tra volumi, il mantenimento delle strutture e gli inserimenti progettuali.

Ci raccontate l’esperienza del progetto, sociale ed architettonico, di TCM Café Muller a Torino?

Il Café Müller a Torino è un progetto di recupero di un ex cinema a luci rosse abbandonato, che viene restituito alla città di Torino come spazio dedicato alle arti e allo spettacolo e che, per una serie di motivi, diventa motore di un cambiamento a livello urbano e aggregatore sociale.



Del Café Müller ci preme raccontare che, a differenza della maggior parte dei lavori svolti dove il cliente ci coinvolge e propone un luogo e un’idea, questo progetto ha quasi ribaltato questa routine: avevamo il luogo, abbandonato, del quale conoscevamo il proprietario che tuttavia non era né in condizione di ristrutturarlo, né di venderlo. Così ci ha proposto di lavorarci su e trovare qualcuno per riattivarlo, e noi ci siamo messi all’opera. Abbiamo fatto un’attenta analisi dello stato di fatto: il punto di partenza è un vuoto abbandonato con un passato particolare, già un luogo per spettacolo, anche se chiaramente diverso dall’odierno.

Quindi, abbiamo ricercato in che modo potesse trasformarsi, quali funzioni potesse ospitare e quali servissero in quel punto della città: i portici di Via Sacchi infatti, una volta salotto buono della città, ora sono tenuti sotto controllo e sono oggetto d’interesse di numerose iniziative di rilancio per contrastare il degrado, l’abbandono e la progressiva chiusura dei negozi, come l’associazione “Rilanciamo Via Sacchi.” Il luogo quindi prometteva bene come condizioni a contorno, perché c’era tanto materiale su cui lavorare



Abbiamo subito pensato al Cirko Vertigo di Grugliasco (TO) per il quale PlaC aveva già avuto modo di lavorare: abbiamo prima elaborato il progetto e l’idea, poi l’abbiamo proposta al cliente e abbiamo portato avanti il tutto. Dato che l’edificio è interrato, completamente ipogeo e per esigenze di cantiere abbiamo dovuto effettuare delle demolizioni al piano -2, siamo stati costretti a rimuovere la divisione esistente tra la galleria e la platea per rimuovere le macerie.

In queste circostanze abbiamo notato quanto fosse interessante dalla galleria vedere la platea, e viceversa: abbiamo così deciso di mantenere questa apertura, inizialmente non prevista, trasformandola in una sorta di finestra affacciata sulla platea pur mantenendo i due ambienti indipendenti. Così al piano -2 la platea è usata oggi per spettacoli e scuole di teatro, danza o circo, sia per bambini che per adulti, mentre la galleria è uno spazio polivalente che può ospitare conferenze, presentazioni, eventi a livello locale o simili: risulta così possibile durante una conferenza poter godere delle prove degli artisti al piano inferiore.



Un’altra decisione positiva è stata l’apertura di una caffetteria al piano terra, all’ingresso, che si espande poi con un dehors sotto ai portici: questo luogo pieno di gente, sia fuori che dentro, sotto quei portici normalmente semi-deserti, ha aiutato molto quell’angolo di città. 

Guarda il film "Open House" per conoscere il progetto della "Casa 3 Viste"

Per avere una stretta relazione tra arredo e “storia del luogo” abbiamo identificato le sedie dello spettacolo di Pina Bausch  - da cui il nome del progetto, Café Müller è infatti una danza coreografata dalla Bausch incisa su musica di Henry Purcell - e le abbiamo procurate in una versione che rispettasse le normative antiincendio e sicurezza. Così, il Café Müller da cinema a luci rosse è diventato oggi una casa della circo, del teatro, del ballo.

Tra tutti i vostri progetti realizzati e in corso di realizzazione, quale rappresenta maggiormente PlaC?



Il progetto che più ci rappresenta è stato il concorso per il recupero dell’ex polo industriale della Manzini di Parma, azienda legata all’indotto della pasta e dell’alimentare attiva nella produzione delle latte per i sughi: un’area di 4500 mq situata leggermente ad Est della Stazione e a Nord del tracciato ferroviario. Si è trattato di un primo premio che ha generato un lavoro vero e proprio, il più grande fino ad ora in termini di importo lavori e dimensione. 

Tutto è partito da un concorso indetto nel 2016 e strutturato in due fasi; a differenza di altri concorsi però, la presentazione dei lavori della seconda fase da parte dei cinque finalisti consisteva in un incontro con la giuria, della quale facevano parte progettisti e figure di spicco come Luca Molinari o Alfonso Femia, personaggi del panorama architettonico internazionale e un membro operativo del Consiglio Comunale di Parma. Tavole, presentazione e plastico: a differenza di altri concorsi, abbiamo avuto l’opportunità di spiegare in prima persona e ascoltare le osservazioni della giuria in presa diretta. Ad oggi siamo nella fase di gara per il cantiere, e poi inizieranno i lavori. Nel progetto di Parma, come in altri, il committente – pubblico – è stato molto illuminato: si è fatto guidare nelle fasi progettuali dando comunque il proprio imprinting, mentre dal canto nostro abbiamo tenuto duro su alcuni principi generatori del progetto, per mantenerci fedeli all’idea concorsuale senza snaturare il risultato per questioni tecniche, economiche, o ingegneristiche.

Ci preme sottolineare che il progetto non è nato con noi ma è la continuazione di un percorso virtuoso di partecipazione cittadina organizzato dall’Ordine degli Architetti di Parma in sinergia con il Comune, il tutto coordinato dall’allora Presidente dell’Ordine Alessandro Tassi-Carboni. Dopo diversi anni di abbandono, il futuro riuso dell’ex Manzini è entrato al centro del dibattito cittadino, ed è nata un’associazione temporanea, Workout Pasubio, che ha riattivato gli spazi con l’obiettivo di farne un luogo di socialità. Il coinvolgimento della comunità attraverso riunioni e workshop ha delineato un quadro chiaro di bisogni e necessità che si sono poi tradotti di fatto in un piano funzionale per il concorso, portando in luce idee e proposte della cittadinanza.

Nel progetto proposto, PlaC in collaborazione con l’Architetto Cristiana Catino ed un team di Ingegneri (4U Engineering, AIERRE Engineering) ha voluto rispondere alla richiesta del concorso creando un hub per imprese creative con uffici volendo mantenere però alcuni spazi molto aperti, per consentire all’associazione temporanea di continuare a ospitare eventi. Da anni infatti vengono organizzate numerose iniziative, solitamente molto diverse tra loro, per avvicinare i cittadini al luogo, affittando gli spazi a un prezzo simbolico: dal corso di ballo al comizio politico, dalla festa dei bambini al mercatino biologico o il mercatino di natale.

Con la nostra proposta abbiamo pensato di non dimenticare quello che c’è oggi, così che questo luogo possa continuare a ospitare in futuro questo tipo di iniziative, anche durante la durata del cantiere. Abbiamo infatti ipotizzato un progetto a fasi, dividendo il lotto in padiglioni e pensando a uno sviluppo di cantiere che potesse mantenere attiva una parte di questi padiglioni mentre si lavora in luoghi più puntuali. A differenza di altre proposte arrivate in finale il nostro progetto si focalizza sul contenuto e su come questo possa essere ben gestito attraverso lo spazio e nel tempo, piuttosto che concentrarsi su un’immagine da copertina del suo contenitore.



Nel caso di Parma, abbiamo cercato come negli altri progetti di usare il più possibile quello che c’è, demolendo e costruendo ex-novo il meno possibile. Nel progetto di concorso abbiamo proposto di aggiungere solo una torre in carpenteria metallica, una sorta di nuovo landmark leggero, un segno alla Robert Venturi. Una bandiera che dice “qui sta rinascendo un luogo”.

Per il resto, di fatto il luogo era già molto affascinante quindi abbiamo deciso di non trasformarlo o snaturarlo ma di ragionare su interventi puntuali, che abbiamo chiamato “dispositivi”, e che potessero riorganizzare e ottimizzare le funzioni esistenti e ospitarne di nuove a seconda delle richieste del bando. Abbiamo cercato quindi di forzare la commistione e la compresenza di funzioni differenti, credendo fortemente che questo approccio potesse rendere il luogo e gli edifici il più vivi possibile. Questo approccio comporta un lavoro di ricerca molto dettagliato riguardo la valorizzazione, il riutilizzo ed il riadattamento dell’esistente, a livello volumetrico, spaziale ma anche esecutivo.

Per concludere, tornerei sui tre temi che caratterizzano il nostro lavoro e li sintetizzerei con un aneddoto: in uno dei padiglioni del lotto c’era un vecchio carroponte, usato originariamente per trasportare elementi legati alla produzione industriale interna. Nel concorso, collegando i concetti di riuso e flessibilità, abbiamo proposto di riattivare il carroponte per realizzare una parete, alta otto metri, che separa e divide il grande ambiente in due, modificando la dimensione dei due spazi a seconda degli avvenimenti previsti al loro interno.


Nella foto di copertina, i componenti dello studio PlaC. Da sinistra a destra: Gianmarco Danese, Alberto Periquet, Ilaria Ariolfo, Marco Gherardi, Andrea Alessio (sotto), Emanuele Protti (sopra), Chiara Bertetti, Marta Grignani, Davide Barreri

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