L'intervista a Filippo Del Corno - ISPLORA
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Il lockdown non ferma la cultura

Territorio

La chiusura dell’industria culturale, dapprima a Milano e nella penisola italiana, per poi giungere alla scala europea e globale è un evento traumatico per l’economia della conoscenza. Oggi intervistiamo da remoto l’Assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno.

Proseguendo il nostro percorso di creazione e divulgazione di massa critica, abbiamo oggi intervistato da remoto Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, il quale, attraverso i nostri canali, invia un importante messaggio di reazione alla crisi, forza e solidarietà

Con la chiusura del MET di New York fino a Luglio, il New York Times parla di una perdita economica stimata di circa $100 milioni. Un’emergenza dell’arte, non solo in Italia, ma anche nel mondo. Una crisi economica del settore turistico-culturale. Secondo lei, in qualità di Assessore alla Cultura del Comune di Milano, come si può reagire ad una crisi del genere e soprattutto a questa sfida?

Mi affiderei all’etimologia della parola crisi, che ha dentro di sé anche la possibilità di una ricostruzione, di un’occasione positiva, di rinascita. Penso che questa crisi stia sostanzialmente svelando la straordinaria importanza che la cultura ha sul piano sociale e sul piano economico per le comunità locali e globali, ma anche una certa fragilità: inevitabilmente, nel momento in cui si contrae la possibilità di condivisione dell’esperienza culturale, ecco che questo sistema perde l’equilibrio. Ecco, da questo punto di svolta, ripartire per capire come rendere più stabile, più forte, meno fragile il comparto della cultura, nella consapevolezza della sua insostituibile importanza.



Stanno avvenendo una serie di iniziative “anti-fragili”, per citare N. N. Taleb, progetti che mettono al centro la cultura con nuovi format digitali, con l’obiettivo, di portare l’esperienza culturale al di là dei limiti dello spazio fisico e dei confini geografici. Qui si colloca, da sempre, l’esperienza di Isplora.com.

È una prospettiva molto stimolante. L’infrastruttura digitale sta dimostrando potenzialità che prima sono sempre state considerate come secondarie e, invece, oggi vengono esplorate e percorse. Stiamo vedendo una grande capacità reattiva da parte dei soggetti culturali e delle istituzioni nel rispondere all’isolamento necessario con azioni pro-attive per far diventare il processo di condivisione da fisico a virtuale. Sicuramente in questo momento la dimensione digitale nella divulgazione della cultura è legata alla situazione emergenziale, perché contraddice l’aspetto economico e l’aspetto sociale, che sono cruciali per il benessere di una comunità. Tuttavia, io credo che questo momento di virtualità dell’esperienza culturale sia prezioso, perché è un meccanismo di reazione molto forte.

In questo senso, cosa sta facendo Milano e cosa potrebbe ancora fare?

Milano ha lanciato un programma specifico, MILANO COLLABORA, una piattaforma che mette in rete diverse esperienze rendendole accessibili ai nostri concittadini, una sorta di massa critica solidale di ciò che il comparto culturale e sociale sta attraversando. Ad esempio, come servizio diretto dell’amministrazione, il progetto Media Library Online (MLOL), permette acceso al catalogo bibliotecario online: da reali e concreti, gli scaffali diventano virtuali. Un’altra esperienza, non diretta dall’amministrazione, è quella della “Fondazione Cineteca Italiana” che ha messo a disposizione un catalogo del suo patrimonio audio-visivo che in questi anni è stato custodito, tutelato e digitalizzato. 
Seppur consapevoli dell’aspetto emergenziale di questo momento, questi sono esempi che dimostrano come i servizi diretti dell’amministrazione, ma anche le istituzioni e le associazioni culturali, hanno reagito e stanno reagendo in maniera pro-attiva. Tuttavia, l’aspetto sociale della condivisione culturale esiste quando l’esperienza ha una caratteristica fisica: un’emozione per un concerto, uno spettacolo, piuttosto che un’esposizione o un museo. Inoltre, la cultura si regge sull’equilibrio dato dal non essere gratuita, definendo una sostenibilità economica complessiva, che ora è fortemente in pericolo e per questo, la condivisione culturale non deve avvenire esclusivamente in forma virtuale.

Dall’esperienza virtuale in una situazione di emergenza ad un modello di cultura diffusa. Come può servirci oggi e, soprattutto, come potrà tornarci utile domani?

In questi anni l’amministrazione della città ha sviluppato progetti innovativi per la diffusione urbana della cultura, penso a Piano City e Book City, al sostegno che abbiamo dato a quei soggetti che lavorano in territori difficili. L’elemento della condivisione fisica dell’esperienza culturale crea reti di socialità che danno al territorio nuove proteine per il tessuto comunitario. Il rischio che attraversiamo in questo momento è proprio questo: contrarre e ridurre quella straordinaria energia di condivisione territoriale che avevamo raggiunto con il modello della cultura diffusa in questi anni. Io voglio immaginare che quando l’emergenza sarà passata, ritorneremo a riappropriarci degli spazi pubblici di condivisione dell’esperienza culturale come abbiamo fatto in questi anni.

Una cultura diffusa che quindi ha uno spessore urbano: cosa potrà avvenire, in futuro, nella città, attraverso le istituzioni e i luoghi della città?

Il punto cruciale sono i luoghi: restituire la funzione pubblica ai luoghi più fragili della città per sviluppare una nuova dimensione aggregativa. Penso, ad esempio, al Cinema Armenia, piuttosto che al Centro Internazionale di Quartiere come Cascina Casottello al Corvetto di Milano, alle suggestioni di Mare Culturale Urbano in quartiere Torrette, alle Biblioteche di Condominio che abitano tantissimi quartieri. Tutte queste esperienze costituiscono una straordinaria rete di socialità e, lasciatemi dire, di sicurezza. Questo è il grande percorso che sta facendo la città. 
Uno dei temi su cui ci interrogheremo è se questa emergenza interromperà questo percorso o, al contrario, lo rafforzerà. Siamo in una fase in cui siamo tutti alleati, ma chi conduce l’alleanza è l’autorità scientifica, i medici e i ricercatori. A noi, che amministriamo le politiche culturali, sta la responsabilità di capire come progettare il dopo: un momento di riformulazione di parametri, idee e certezze che questa situazione ha messo in discussione. Ma non dobbiamo retrocedere nemmeno di un centimetro.

Dalla questione della riappropriazione dei luoghi della cultura emerge un intreccio tra generazioni e discipline. Può essere la base di una nuova politica culturale? 

In parte lo è già. Io penso che questo momento di cesura ci deve far ripensare in maniera lucida, critica ma anche consapevole il percorso che è stato fatto dalla città in questi anni. Proprio l’inter-generazionalità e la multidisciplinarità sono stati elementi importantissimi per la crescita della comunità. Tuttavia, forse uno sforzo importante che dovremo fare in futuro è quello rivolgere le politiche pubbliche anche nella creazione di meccanismi di diffusione di competenze specifiche per quanto riguarda la progettazione di realtà culturali. Al di là degli investimenti diretti che economicamente saranno sempre più difficili, forse si dovrebbe aggiungere una quota consistente di responsabilità, cioè capire che la diffusione della cultura ha una responsabilità politica, in cui l’elemento di “attrattività”, termine che soffre oggi di una certa “ubriacatura”, può diventare anziché cruciale, sussidiario. Questo secondo me sarà uno dei cambiamenti più grandi che questa crisi porterà con sé.

Per chiudere, un messaggio che potrebbe passare, quindi, quasi come “antidoto”, è il lavorare sulla formazione.

Sì, lavorare sulla formazione di figure specializzate nei diversi aspetti, economici, contenutistici, organizzativi. Le forme di spontaneismo diventano molto fragili quando intervengono circostanze esterne come quella che stiamo vivendo. Oltre a supportarle, sta però anche la capacità di trasferire competenze specifiche che possono aiutare a rendere il sistema meno fragile. In questi giorni c’è un po’ una polemica per il fatto che una situazione critica come questa smonti, se vogliamo, il meccanismo delle week che hanno animato Milano in questi anni. Io rispondo che il meccanismo delle week, in realtà, ha creato una massa critica in molte organizzazioni e associazioni che permette loro di affrontare questo momento difficile potendo contare su forti di alleanze che prima erano assolutamente assenti, mettendo insieme grandi istituzioni e piccole associazioni, comparti disciplinari molto lontani tra loro, pubblico e privato e questo forse è anche un esito di quel meccanismo. Va ripensato sicuramente, ne vanno trasformati alcuni aspetti, però partecipare con così tanta superficialità nel pensare che una crisi come quella che sta attraversando adesso l’intero mondo metta in discussione un percorso invece strutturale che la città ha fatto mi sembra un approccio davvero sbagliato.

Una maglia non sempre visibile, la città delle relazioni, delle strutture e delle alleanze che ci tiene a galla in un momento come questo. E l’esistenza a Milano - e su un territorio più ampio locale e globale – di questa maglia oggi riesce a tenerci appesi.

Sì, ci tiene connessi e solidali. Un aspetto da non dimenticare. L’aver creato meccanismi fortemente inclusivi ha fatto scattare solidarietà tra strutture, istituzioni e associazioni che fino a dieci anni fa non si parlavano e non si consideravano reciprocamente come interlocutori. Adesso invece questa rete sta dimostrando una capacità di reazione pro-attiva, positiva, che alla fine metterà in campo tanti segni interessanti che noi dovremo saper leggere e accompagnare.

Segni da saper leggere, da interpretare ed accompagnare. Segni di un presente capace di rallentare, metabolizzare e ripartire con un una maggiore consapevolezza e responsabilità. Segni di una rete, una rete di relazioni e idee che si costruiscono nella città, attraverso la condivisione culturale e l’esperienza sociale dell’architettura, tra luoghi e persone, fisicamente e virtualmente. 




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